La Linguistica Forense, questa sconosciuta

//La Linguistica Forense, questa sconosciuta

 La Linguistica Forense è la disciplina in cui confluiscono tutte le applicazioni della Linguistica di ambito legale: retorica dibattimentale, analisi del linguaggio legislativo e della giurisprudenza, tecniche di analisi, identificazione e valutazione psicologica della lingua parlata e scritta.

Per dirla più semplicemente, la linguistica forense può rispondere a tre domande, relative a un testo o discorso:

  • cosa dice?
  • cosa significa, cioè cosa vuol dire?
  • qual è il profilo socioculturale e psicologico dell’autore?

L’analisi del linguaggio ai fini forensi, così come la intendiamo oggi, esordisce in Gran Bretagna nel secolo scorso, intorno agli anni ’60.

Ma è tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’90 che si colloca il caso ad oggi più celebre fra quelli annoverati in letteratura.

E’ tra il 1978 ed il 1995, infatti, che una serie di attentati provoca negli Stati Uniti 3 morti e diversi feriti.

Le indagini condotte dall’FBI fanno ritenere che gli attentati, ben 16, rechino tutti la stessa firma: è così che, prima ancora di dare un’identità e un volto al loro autore, gli danno un nome: Unabomber.

Gli americani, si sa, con gli acronimi ci sanno fare, ed è così che coniano anche questo, che deriva da UN and A Bomber (UNiversity and Airline bomber, dalla indicazione dei suoi obiettivi principali).

Una svolta nelle indagini si ha solo nel 1995, quando l’attentatore chiede la pubblicazione su alcune testate di un proprio pamphlet (noto come il Manifesto di Unabomber). In cambio, promette di interrompere gli attentati.

Nella speranza che l’attentatore commetta un passo falso ovvero che qualcuno riconosca l’originale linguaggio con cui è redatto il documento, la pubblicazione viene concessa.

Ed è a questo punto che David Kaczynski crede di riconoscere nel testo la prosa di suo fratello, il docente universitario Theodore John “Ted” Kaczynski.

Allertata, l’FBI perquisisce l’abitazione del docente, un capanno nei boschi nel Montana, ove rinviene prove inoppugnabili della colpevolezza dell’uomo, tra le quali l’originale del Manifesto.

Kaczynski eviterà la pena di morte dichiarandosi colpevole, ottenendo in cambio una condanna a otto ergastoli.

In Italia, i casi più noti di analisi linguistica forense sono gli esami delle missive e dei comunicati a firma Brigate Rosse durante il sequestro Moro (eseguiti dal prof. De Mauro e dallo scrittore Sciascia) e l’indagine sulla provenienza o meno da un’unica fonte dei volantini di rivendicazione degli omicidi Biagi (2002) e D’Antona (1999) da parte delle Nuove Brigate Rosse.

Ma veniamo ora ai 3 quesiti chiave dell’analisi linguistica forense.

 

QUESITO N. 1 – Cosa dice il testo?

Consideriamo il caso di un testamento olografo, il cui testo non risulti integralmente leggibile.

Identificare e comprendere l’esatto contenuto di una scheda testamentaria è indispensabile non solo ai fini strettamente giuridici, ma anche per valutare l’eventuale incapacità (o ridotta capacità) a testare, o eventuali casi di captazione.

In casi simili, l’esame del contenuto non può essere disgiunto da da una valutazione del linguaggio utilizzato, in rapporto con l’idioletto del de cuius.

 

QUESITO N. 2 – Cosa significa il testo?

Come scrivono Mastronardi e Trojani, “Le interpretazioni degli alias (impropriamente lo pseudonimo o il soprannome o il titolo con cui è generalmente nota una persona) e degli ipocoristici (i vezzeggiativi, per lo più familiari e di solito riferiti a nomi propri) attraverso la ricostruzione e la documentazione del percorso associativo tra il soggetto ed il modo con cui è chiamato in un dato ambito (sia esso l’organizzazione criminale o la famiglia) è un prezioso strumento per la identificazione, almeno preliminare, di un soggetto.[1]

Esempi noti sono Frank tre-dita (Frank Coppola), il cui epiteto rinviava a una reale caratteristica fisica, e Kojak, il cui soprannome era piuttosto un “paradosso”, visto che l’estorsore romano era dotato di una capigliatura fluente.

 

QUESITO N. 3 – Qual è il profilo socioculturale e psicologico dell’autore del testo?

È sicuramente il quesito più intrigante e affascinante.

In questo caso, l’analisi linguistica viene utilizzata per tracciare il profilo socioculturale e psicologico dell’autore di uno scritto.

Attraverso l’analisi del testo, è infatti possibile determinare – con un grado di attendibilità minore o maggiore a seconda dei casi – sesso, età, livello culturale e condizioni psicologiche di una persona.

Scrivono ancora Mastronardi e Trojani: “Una valutazione quantitativa degli idioletti può essere realizzata attraverso gli strumenti stilometrici, da quelli puramente statistici quali il conteggio di caratteri, punteggiatura, numero e lunghezza di parole e frasi ovvero della struttura del testo sino a parametri più complessi, quali la leggibilità o la dimensione o la qualità del vocabolario utilizzato.

La qualità dell’idioletto viene misurata, ad esempio, attraverso la misura delle parole utilizzate appartenenti o meno al Vocabolario Italiano di Base (VDB, De Mauro), definito come la porzione della lingua italiana usata e compresa dalla maggior parte di coloro che parlano italiano, a sua volta fondata sul Lessico Italiano di Frequenza (LIF, Bortolini) che riporta la frequenza di utilizzo nei corpus italiani dei singoli lemmi.

L’utilizzo di lemmi poco frequenti, appartenenti a vocabolari circoscritti ovvero con accezioni non comuni costituiranno, chiaramente, elementi dotati di valore identificativo.”

Per chi mastica un po’ di inglese e desidera approfondire, ecco un sito interessante dove reperire qualche indicazione in più: http://www.iafl.org/

 

 

 

[1] Vincenzo Mastronardi, Ascanio Trojani, Appunti di LINGUISTICA FORENSE. Introduzione e Reality Monitoring, Peritare-Lulu, Roma, 2014.